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Il commento della settimana: parashà di ‘Eqev. Duemila anni fa: scuola ebraica gratuita per tutti

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

Un Commento

La seconda parte dello Shema’ viene letta nella parashà di questa settimana. Una delle mitzwòt è quella di insegnare la Torà ai nostri figli:

E le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando sarai a casa, quando andrai per strada, quando ti coricherai e quando ti alzerai (Devarìm, 11:19)

R. Dov Braunstein in un suo articolo in Segulat Israel (Sui doveri tra genitori e figli nella Torà, 5763) scrisse che i Maestri nel trattato Qiddushìn (29b) del Talmùd babilonese spiegano che da questo versetto deriva l’obbligo del padre di insegnare Torà ai figli. Nel resto dell’articolo riassunse le regole di questa mitzwà tratte dal Qitzùr Shulchàn ‘Arùkh e dallo Shulchàn ‘Arùkh di Rav Shneur Zalman di Liadi. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana, la parasha di Vaetchanan

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Il commento della settimana: parashà di Vaetchanàn. Chi cambia la Torà scivola verso l’idolatria.

All’inizio della parashà, Mosè ammonisce il popolo d’Israele di salvaguardare la Torà con queste parole (Devarìm, 4:1-3):

Ora dunque, Israele, ascolta gli statuti e le leggi che io vi insegno perché li eseguiate  affinché  possiate rimanere vivi e veniate a prendere possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, vuol darvi. Non aggiungete niente a quanto io vi comando e non togliete nulla. Dovete osservare tutti i precetti del Signore vostro Dio che io vi comando. Avete visto con i vostri occhi  ciò che fece il Signore nell’episodio di Ba’al Pe’or. Il  Signore tuo Dio distrusse ogni persona tra di voi che seguì il  Ba’al Pe’or…

R. Moshe Feinstein (1895-1986) nel commentare la proibizione di aggiungere o sottrarre alle mitzvòt della Torà, cita il Mishnè Torà (Hilkhòt ‘Avodà Zarà, 1:1 ) dove il Maimonide (1135?-1204) scrive che l’idolatria ebbe inizio durante la generazione di Enosh (Bereshìt, 4:26). Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: parashà di Pinchas. Mosè nomina il successore

in: Blog/News | di: Donato Grosser

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Dopo che il Signore informa Mosè di salire sul monte ‘Avarim, di guardare la Terra Promessa senza poterci entrare e poi lasciare la vita terrena (Bemidbàr, 27:12-14), Mosè chiede al Signore di nominare un suo successore affinché il popolo non rimanga senza una guida (ibid., 15-17).

R. Mordechai Cohen, che fu Rav ad Aleppo a cavallo tra il XVI e XVII secolo E.V., nel suo commento alla Torà, Siftè Cohen, scrive che Mosè pensava che uno dei suoi figli lo potesse succedere alla guida del popolo. Pertanto chiese al Signore di nominare il suo successore affinché egli stesso non fosse sospettato di nepotismo. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: parashà di Balàq. Il consiglio segreto di Bil’àm

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Balàq, Re di Moàv, aveva osservato le battaglie che Mosè e il suo esercito avevano fatto contro i potentissimi Re Emorei, Sichòn e Og. Gli eserciti dei due Re erano stati sbaragliati e distrutti, e le loro terre e città conquistate dai figli d’Israele.

Rendendosi conto di non poter combattere contro un esercito di giovani, fiduciosi nella promessa divina, senza paura, cresciuti nel deserto e guidati da un generale come Mosè, e temendo una prossima invasione del suo territorio, il re Balaq decise di utilizzare un’arma non convenzionale.

Così invitò Bil’àm, che aveva una grande reputazione di “mago” a maledire il popolo d’Israele, sperando in questo modo di sbarazzarsi del temuto nemico (Bemidbàr, 22:5-6). In effetti l’Eterno aveva proibito agli israeliti di attaccare Moàv (Devarìm, 2:9), ma il re Balàq non lo sapeva. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: parashà di Chuqàt. Mosè, il generale che non perse nessuna battaglia

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Dopo la morte di Aronne è scritto (Bemidbàr, 21:1): Il Re canaanita di ‘Arad che abitava nel Neghev, ebbe notizia che gli Israeliti stavano arrivando per la via di Atarim, li attaccò e prese prigionieri. Rashi nel suo commento, basandosi sul Midràsh Yalqùt Shim’onì scrive che il Re di ‘Arad attaccò non appena ebbe la notizia della morte di Aronne e prese prigioniera una sola schiava.

R. Eli’ezer Askenazi (1512-1585), che fu Rav a Cremona, nel suo Ma’asè Hashem spiega invece che gli Israeliti non furono mai sconfitti dai nemici e furono essi stessi a prendere molti prigionieri dai canaaniti. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà di Qòrach: il primo tentativo di fare la Riforma

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Dalla parashòt delle ultime due settimane impariamo che qualunque leader, perfino Mosè che aveva condotto gli israeliti fuori dall’Egitto, può diventare impopolare. Il popolo ha la memoria corta e alle prime difficoltà dimentica il bene ricevuto nel passato.

A poco servì il fatto che Mosè aveva fatto il suo dovere senza neppure prendere un asino a prestito da nessuno (Bemidbàr, 16:15), il che significa, come spiega il commentatore R. ‘Ovadia Sforno da Cesena (1470-1550), che non aveva mai sfruttato la sua posizione a proprio beneficio e tutto quello che aveva fatto era stato per il bene del popolo. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà di Shelach Lekhà: cambiare il leader o cambiare il popolo

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Uno degli episodi più tragici della storia d’Israele è quello dei capi tribù inviati da Moshè ad esplorare la Terra d’Israele prima di prenderne possesso. Infatti dopo aver ricevuto la Torà durante la Rivelazione del Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto, e dopo aver completato la costruzione del Mishkan, il tabernacolo viaggiante, un anno dopo l’uscita dall’Egitto e aver organizzato le dodici tribù, tutto era pronto per la marcia verso la Terra Promessa.

Da Qadesh, al confine con la Terra d’Israele, Moshè nel suo ruolo di generale dell’esercito, mandò dodici capi tribù con la seguente missione (Bemidbàr, 13:17-20):

“Salite dal meridione sulle montagne; osservate il territorio e i suoi abitanti, se sono forti o deboli, pochi o numerosi; se le aree abitate sono buone o cattive (e quindi da che parte è opportuno iniziare la conquista – R. Eli’ezer Ashkenazi in Ma’asè Hashem) se le città in cui abitano sono aperte o fortificate; se la terra è fertile o magra e se vi sono alberi. Fatevi forza e portate campioni dei frutti della terra”. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà Beha’alotekhà: il secondo Pèsach

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Dopo l’uscita dall’Egitto gli israeliti vissero per quarant’anni nel deserto. Nel primo anniversario dell’uscita dall’Egitto, nel deserto del Sinai, il Signore disse a Moshè di fare Pèsach.

È interessante il fatto che nel Midràsh (Sifri, 13:1) rabbì [Yehudà il Nassì] afferma che gli israeliti contavano gli anni iniziando dall’uscita dall’Egitto perché è scritto: “E il Signore parlò con Moshè nel deserto del Sinai, nel primo mese del secondo anno dall’uscita dall’Egitto…”. Egli aggiunge che quando entrarono nella Terra d’Israele essi cambiarono il sistema e iniziarono a contare gli anni dall’entrata nella Terra; quando fu costruito il Bet ha-Miqdàsh (Santuario di Gerusalemme) iniziarono a contare dalla sua costruzione (“E fu dopo vent’anni dalla costruzione di Salomone”, Re, I, 9); quando il Bet ha-Miqdàsh fu distrutto, cominciarono a contare dalla sua distruzione (“Dopo che fu distrutta la città”, Yechezqèl, 26); quando caddero sotto il dominio straniero cominciarono a contare gli anni dall’inizio del regno del Re (“Nel secondo anno del regno di Dario”, Chagày, 1; e anche “Nel secondo anno del re Nabuccodonosor”, Daniel, 2). Fin qui il Midràsh. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà di Nassò: la Traviata e il Nazireo

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Nella parashà di questa settimana è scritto: Il Signore parlò a Moshè dicendo: “Parla ai figli d’Israele e di’ loro: Un uomo la cui moglie traviasse e commettesse verso di lui infedeltà… e non vi fosse alcun testimonio contro di lei… e divenisse geloso di sua moglie… la conduca dal Kohen…” (Bemidbàr, 5:11-31).

Questi ventidue versetti della Torà sono elaborati in un trattato talmudico denominato Sotà, che significa appunto, la Traviata.

Il marito geloso portava la moglie a Gerusalemme nel Bet Ha-Miqdàsh (il Santuario) per verificare se essa, per via del suo comportamento sospetto, fosse stata infedele. Il Talmùd descrive le condizioni per poter portare la moglie a Gerusalemme. La moglie era stata diffidata dal marito, davanti a due testimoni, di non appartarsi con un certo altro uomo ed essa nonostante questo avvertimento, era stata vista appartarsi con costui da due testimoni per un tempo sufficiente a commettere adulterio. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà Behar Sinai: cos’è la solidarietà ebraica?

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

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Nella parashà di Behar Sinai troviamo uno dei passi nei quali la Torà ci insegna cosa sia la solidarietà. Il versetto (Cap. 25:35) inizia con le parole: “Se tuo fratello che si trova vicino a te si impoverisce e le sue condizioni economiche si riducono, sia egli proselita o un residente lo sosterrai così che possa vivere con te”.

A chi bisogna stendere la mano in sostegno? Non solo alla famiglia, ma anche al proselita, venuto da lontano che ha assunto su di sé gli obblighi e le responsabilità di osservare le mizvòt come ogni altro israelita. E non solo il proselita, ma anche il residente non ebreo che ha rigettato l’idolatria e ha assunto su di sé le sette mizvòt dei Noachidi che sono un obbligo per tutta l’umanità. Leggi tutto l’articolo