1566259200<=1347580800
1566259200<=1348185600
1566259200<=1348790400
1566259200<=1349395200
1566259200<=1350000000
1566259200<=1350604800
1566259200<=1351209600
1566259200<=1351814400
1566259200<=1352419200
1566259200<=1353024000
1566259200<=1353628800
1566259200<=1354233600
1566259200<=1354838400
1566259200<=1355443200
1566259200<=1356048000
1566259200<=1356652800
1566259200<=1357257600
1566259200<=1357862400
1566259200<=1358467200
1566259200<=1359072000
1566259200<=1359676800
1566259200<=1360281600
1566259200<=1360886400
1566259200<=1361491200
1566259200<=1362096000
1566259200<=1362700800
1566259200<=1363305600
1566259200<=1363910400
1566259200<=1364515200
1566259200<=1365120000
1566259200<=1365724800
1566259200<=1303171200
1566259200<=1366934400
1566259200<=1367539200
1566259200<=1368144000
1566259200<=1368748800
1566259200<=1369353600
1566259200<=1369958400
1566259200<=1370563200
1566259200<=1371168000
1566259200<=1371772800
1566259200<=1372377600
1566259200<=1372982400
1566259200<=1373587200
1566259200<=1374192000
1566259200<=1374796800
1566259200<=1375401600
1566259200<=1376006400
1566259200<=1376611200
1566259200<=1377216000
1566259200<=1377820800
1566259200<=1378425600

Il commento della settimana. Parashà di Emòr: perché i Cohanim vengono chiamati per primi alla Torà?

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

La parashà di Emòr si apre con tutta una serie di mitzwòt relative ai Cohanim, ossia i discendenti di Aronne. Il Sèfer Ha-Chinùkh (scritto da un ignoto Chakhàm di Barcellona nel XIII secolo) che elenca tutte le 613 mitzwòt della Torà nell’ordine delle parashòt, ne conta ben diciassette in questa parashà solo per i cohanim.

Parte di queste mitzwòt si riferiscono al servizio dei Cohanim nel Bet Ha-Miqdàsh (il Santuario di Gerusalemme) e non possono venire praticate quando il Bet Ha-Miqdàsh non è costruito e funzionante. Altre mitzwòt invece sono in vigore anche senza il Bet Ha-Miqdàsh.

Vi è una mitzwà relativa ai Cohanim che è responsabilità di tutto il popolo d’Israele anche quando il Bet Ha-Miqdàsh non è in funzione. Nella Torà (Levitico, 21:8) è scritto “We-Qidashtò”, un verbo che deriva dalla parola “qadòsh” (sacro). Nel trattato talmudico Ghittìn (59b) viene spiegato dall’espressione “We-Qidashtò” si impara che in ogni occasione nella quale vi è qedushà come quando bisogna dire la birkàt ha-mazòn(benedizione dopo il pasto), o dire il qiddùsh, bisogna offrire al Cohen di dire la berakhà e inoltre, a tavola, il Cohen va servito per primo. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà di Kedoshim: non essere ladri non è sufficiente

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Una delle mitzwot della Torà nella parashà di Kedoshim è quella di non usare disonestamente pesi e misure. I versetti della Torà (Vaikrà, 19:36-37) insegnano: “Non commettete ingiustizie nel giudizio, né con le misure di lunghezza, né con i pesi, né con le misure di capacità. Avrete bilance giuste, pesi giusti, efà giusto, hin giusto. Io sono il Signore vostro Dio che vi ho fatto uscire dal paese d’Egitto”.

Nel suo commento alla Torà, R. Shimshon Refael Hirsch spiega che la parola “giudizio” viene a insegnare che chiunque conti, misuri o pesi qualcosa e poi ne dichiari la quantità, è considerato dalla Torà come se fosse un giudice. Infatti, nel misurare, una persona emette un verdetto sulla natura delle cose. Egli nota però che non è questa la mitzwà della Torà che viene a proibire l’uso di misure fraudolente.

Infatti è scritto “Avrete bilance giuste…” e non “Non usate bilance false”. Chi usa pesi e misure e froda il prossimo commette un furto e deruba il prossimo e la mitzwà di  non rubare appare già all’inizio della parasha di Kedoshim (19:11) dove è scritto “Non rubate”. Inoltre la mitzwà di “Non rubare” che appare nei Dieci Comandamenti riguarda i rapimenti di persona e non i furti di proprietà. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: Parashot di Ki Tazrìa’ e di Metzorà. L’Elisir di lunga vita

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Una lezione contro la maldicenza

L’argomento principale delle parashòt Ki Tazrìa’Metzorà, che quest’anno vengono lette insieme, è quello di una malattia della pelle che nella Torà viene chiamata Tzarà’at, impropriamente tradotta lebbra. La Tzarà’at colpisce anche i vestiti e i muri delle case.

Il Maimonide nelle Hilkhòt Tumàt Tzarà’at (cap. 16:10) scrive che la Tzarà’at non era una malattia naturale, ma un segno miracoloso che colpiva gli israeliti per avvertirli che avevano trasgredito la proibizione di parlare male del prossimo. Questa tragressione nel Talmùd è chiamata Lashòn ha-Rà’, che significa maldicenza. Nella Torà la proibizione di parlare male del prossimo appare nella parashà di Qedoshìm (Wayqrà, 19:16) dove è scritto: “non andare a sparlare tra la tua gente”. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana: parashà Sheminì. Dal Faraone alla faraona

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Dopo gli otto giorni di Pesach, durante i quali le letture pubbliche della Torà trattano argomenti relativi alla festa, si torna alle letture delle parashot settimanali secondo l’ordine stabilito dagli antichi Maestri.

Uno degli argomenti di cui tratta la parashà di Sheminì è quello degli animali casher e non casher. Per i mammiferi la Torà indica quelli che sono casher, ovvero gli animali che hanno l’unghia fessa e sono ruminanti, come ovini, bovini e caprini tra gli animali domestici e tutta una serie di animali selvatici con le stesse caratteristiche. Sono esclusi mammiferi come il maiale che ha l’unghia fessa e non è ruminante, o come il cammello che sono ruminanti e non hanno l’unghia fessa e anche lepri e conigli. Per i pesci la Torà insegna che sono casher quelli con squame e pinne ad esclusione di tutti gli altri. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Vayakhèl-Pequdè: la parashà per gli amministratori delle finanze comunitarie

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

In questo Shabbat che precede il capo mese di Nissan, le due parashòt VayakhèlPequdè vengono lette insieme. Questo perché l’anno ebraico in corso ha solo dodici mesi, a differenza degli anni in cui si aggiunge un secondo mese di Adàr, e per poter completare la lettura di tutte le parashòt della Torà entro l’anno è necessario unirne alcune.

La parashà di Pequdè inizia con le parole “Elle Pequdè ha-Mishkàn…”, ossia “Questi sono i conti del Tabernacolo”. In questa parashà Mosè fornisce il resoconto dell’utilizzo delle donazioni ricevute per la costruzione del Tabernacolo.

Il peso totale delle donazioni di oro fu di ventinove talenti e settecentotrenta sicli. Rashì spiega che in un talento vi erano 120 mine e in una mina vi erano 25 sicli; pertanto in un talento vi erano 3.000 sicli. In totale l’oro offerto dagli israeliti pesava 87.730 sicli. Leggi tutto l’articolo


Il Commento della settimana. Parasha di Tezzavè: da Gerusalemme a Roma e a Costantinopoli

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Un Commento

La parashà di Tezzavè inizia con le parole “E tu ordinerai” (Shemot, 27:20). In questa occasione Mosè riceve ordine dal Signore di comandare agli israeliti di procurare olio vergine per la Menorà del Bet Ha-Miqdash.

Rav Avraham Kroll nelle sue derashot a questa parashà suggerisce che il Signore chiese a Mosè di dare questo ordine in modo che il comando non fosse venuto direttamente dal Signore perché quello che il Signore dice rimane per sempre. Infatti il profeta dice: “E la parola del nostro D. rimane per sempre” (Isaia, 40:8).

Questo è il motivo per cui gli oggetti del Tabernacolo, costruito per ordine divino, non vennero mai distrutti. Nel trattato Yomà (52b) del Talmud babilonese è detto che il re Yoshiahu, prevedendo che Gerusalemme sarebbe stata conquistata dai babilonesi, nascose nei sotterranei del monte del Tempio l’arca con le tavole della legge, la giara con la manna, una contenitore con l’olio, il bastone di Aronne e altri oggetti d’oro.

Il Talmud nel trattato Sotà (9a) afferma che anche ciò che venne  costruito da Mosè e da re Davide non cadde mai nelle mani dei nemici. Le porte del Tempio di Davide sprofondarono sotto terra mentre le strutture del Tabernacolo, costruito da Mosè, furono nascoste nei tunnel sotto il Tempio. Leggi tutto l’articolo


Commento della settimana. Parashà di Terumà: il becco di un quattrino

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Un Commento

All’inizio della parashà di Terumà è scritto: “Il Signore parlò a Mosè dicendo così: Parla ai figli d’Israele per invitarli a destinare per Me un’offerta (Terumà); da parte di chiunque sarà spinto dal suo cuore, prenderete la Mia offerta (Terumatì). E questa è l’offerta (Terumà) che prenderete da loro…” (25:1-3).

Nei versetti sopracitati la parola Terumà è ripetuta tre volte. I Maestri insegnano che una parola Terumà si riferisce alla donazione volontaria dei tredici materiali necessari per la costruzione del Mishkan (il Tabernacolo mobile nel deserto) e per i vestimenti del cohanim; la seconda Terumà si riferisce al mezzo siclo d’argento pro capite che i seicentomila israeliti dovevano dare da fondere per forgiare i supporti delle assi (adanìm) che fungevano da pareti del Mishkan; la terza Terumà, anch’essa di mezzo siclo d’argento pro capite doveva servire per l’acquisto degli animali da offrire come sacrifici.

Nella parashà di Pequdè (38:26) il mezzo siclo è denominato beqà: un beqà a testa, ossia un mezzo siclo dei sicli sacri. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana. Parashà di Mishpatim: quanto ci vuole per andare da Gerusalemme a Roma e ritorno?

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Nella parashà di Mishpatim è scritto: “Non maledire il giudice e non augurare la rovina di un leader del tuo popolo” (Shemot, 22:27).

Questo versetto è citato dal Talmud Bava Batrà (3b-4a) in occasione di un episodio che descrive come il re Erode il Grande decise di restaurare il Bet Ha-Miqdash (il Santuario di Gerusalemme). Il primo Santuario era stato costruito da re Salomone, 480 anni dopo l’uscita dall’Egitto ed era stato distrutto 410 anni dopo da Nabuccodonosor.

Dopo settant’anni di esilio babilonese gli israeliti tornarono in Erez Israel con Ezra e Nehemia e ricostruirono le mura di Gerusalemme e il Santuario. Dopo oltre trecento anni il Santuario era in condizioni cadenti. Leggi tutto l’articolo


Il commento della settimana, parashà di Yitrò

in: Blog/News | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Rav Izchak Hutner (1906-1980), uno dei grandi Rashè Yeshivà e pensatori della generazione che ci ha preceduto scrisse che “l’esperienza del Sinai per l’ebreo cosciente della sua eredità spirituale è la pietra miliare dell’esistenza del popolo d’Israele”.

La mizvà di osservare il Sabato è uno dei Dieci Comandamenti che gli israeliti sentirono dalla voce dell’Eterno alla falde del Monte Sinai. Nella Torà è scritto:

“Ricorda il giorno del Sabato per santificarlo; lavorerai per sei giorni e compirai tutta la tua opera. E il settimo giorno sarà una giornata di cessazione del lavoro dedicata al Signore tuo Dio: non farai alcun lavoro nè tu, nè tuo figlio, nè tua figlia nè il tuo servo, nè la tua serva, nè il tuo bestiame, nè il forestiero che si trova nelle tue città. Perchè in sei giorni il Signore creò il cielo e la terra, il mare e tutto quanto essi contengono e riposò nel settimo giorno. Pertanto il Signore benedisse il settimo giorno e lo santificò” (Shemot, 20:8-11). Leggi tutto l’articolo


Il Commento della settimana. Parashà di Beshalach: perché gli egiziani affogarono nel mare?

in: Ebraismo | di: Donato Grosser

Nessun Commento

Un noto Midràsh racconta che si recita l’Hallel completo in tutti i giorni della festa di Succot (delle Capanne) mentre nella festa di Pesach lo si recita completamente solo il primo giorno. Non lo si recita completamente il settimo giorno di Pesach quando avvenne il passaggio dei figli d’Israele nel Mar Rosso e l’affondamento nel mare della cavalleria e dell’esercito egiziano che li inseguivano. (A maggior ragione non lo si recita nei giorni di mezza festa, Chol Ha Mo’ed).

Il motivo, citato dal Midràsh, per cui non si recita l’Hallel nel settimo giorno di Pesach è che gli egiziani annegarono nel mare e nei Proverbi di Salomone (24:17) è scritto: “Non gioire quando il tuo nemico cade”. Una fonte del Midràsh è nel quarto capitolo del trattato Sanhedrin (39b) dove è  detto:

R. Shemuel bar Nachman a nome di R. Yonatan disse: cosa significa (Shemot, 11:20): E non si avvicinarono l’uno all’altro per tutta la notte? Che in quell’occasione gli angeli al servizio dell’Eterno volevano dire un cantico davanti all’Eterno; l’Eterno disse a loro: l’opera delle mie mani affonda nel mare e voi volete dire un cantico?”. Leggi tutto l’articolo