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Tazrìa’ – Metzorà’: “Chi accusa altri di un difetto è lui stesso affetto da quel difetto”

in: Altri, Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

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Nella parashà di Ki Tazrìa’ viene introdotto l’argomento della tzara’àt. I Maestri ci insegnano che la tzara’àt era una malattia della pelle (si dice che la parola “psoriasi” derivi appunto da tzara’àt, spesso impropriamente tradotta con la parola “lebbra”), che l’Eterno mandava a coloro che avevano commesso un grave peccato come  la maldicenza. I Maestri nel Midràsh alludono a questo quando paragonano la parola metzorà’ (cosi si chiama la persona affetta da tzarà’at) alla parola “motzì shem rà” ossia calunniatore, maldicente.

Il passo della Torà che tratta questo argomento inizia con queste parole: “L’Eterno parlò a Moshè e ad Aharon dicendo: se un uomo avrà nella pelle del suo corpo una protuberanza, o una scaglia o una macchia lucida e questo diverrà nel suo corpo il male della tzara’àt, egli dovrà essere portato da Aharon il Kohèn (il sacerdote) o  da uno dei suoi figli. E il Kohèn guarderà la piaga […] e [se stabilirà che si tratta di tzara’àt il Kohèn] lo dichiarerà impuro” (Vayikrà, 13:1-3).

R. Shimshòn Chayìm Nachmani (1707-1779) che fu rav a Modena, Pisa, Siena e Reggio Emilia, nella sua opera Zera’ Shimshòn domanda per quale motivo la decisione se le piaghe della tzara’àt rendessero colui che ne era affetto puro o impuro dipendeva dal Kohèn e non da un Chakhàm (sapiente) di Torà come tutte le altre regole che riguardano le cose permesse e proibite. Inoltre egli cita un Midràsh (Vaykrà Rabbà, 15:8) alla fine di questa parashà nel quale è scritto: “R. Levi a nome di R. Chama figlio di Chanina disse che Moshè soffrì molto per questo. Egli disse: «È cosa onorevole per mio fratello Aharon dover stare a esaminare delle piaghe?». L’Eterno gli rispose: «Non gode egli forse di ventiquattro doni riservati ai Kohanìm?»”. Tra i ventiquattro doni riservati ai Kohanìm vi erano la Terumà (in media un cinquantesimo del raccolto di grano, vino e olio), la Challà (una parte della pasta del pane), i Bikkurìm (le primizie), il primogenito maschio dei bovini, ovini e caprini e parte della lana degli ovini.

Nachmani domanda quale sia il significato della risposta dell’Eterno a Moshè, in quanto è difficile capire quale sia la connessione tra i ventiquattro doni riservati ai Kohanìm e il fatto che Aharon il Kohèn dovesse decidere sulla purità o meno delle persone affette dalla piaga della tzara’àt. Una prima spiegazione di R. Nachmani è che, come scritto nel Talmud Babilonese (Berakhòt, 5b), le piaghe sono un’espiazione equivalente all’espiazione che si ottiene come quando si offrivano dei sacrifici sul mizbèach (altare) nel Bet Ha-Mikdàsh (santuario di Gerusalemme). Dal momento che i Kohanìm avevano il compito di portare i sacrifici sul mizbèach per l’espiazione delle colpe degli israeliti, anche la verifica della purità o impurità delle piaghe della tzara’àt, che serve ad espiare delle colpe, era stata assegnata ai Kohanìm.

Una seconda spiegazione di R. Nachmani è basata sul fatto che la piaga della tzara’àt colpiva chi aveva  commesso il peccato della maldicenza e chi calunnia il prossimo ha certamente un difetto. Questo era confermato da Shemuel nel trattato Kiddushìn (70a) che affermava che “Chi accusa altri di un difetto è lui stesso affetto da quel difetto”. Nella pagina seguente viene affermato: “Gli israeliti in occidente [nella terra d’Israele che era a occidente della Babilonia] verificavano il carattere delle persone quando litigavano e la prova che uno dei due era di lignaggio superiore era se taceva per primo. Rav disse: il silenzio in Babilonia è segno di lignaggio superiore”.  E ancora nella stessa fonte, “R. Chama figlio di Chanina disse che il Santo Benedetto fa sì che la Shekhinà (presenza divina) non stia altro che con famiglie israelite di puro lignaggio”.

Nachmani cita anche il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) che scrive che la Terumà viene data solo a un Kohèn che può dimostrare di essere di puro lignaggio e cioè di essere discendente di una famiglia di Kohanìm che avevano servito nel Bet Ha-Mikdàsh (Mishnè Torà, Hilkhòt Terumòt, 6:2). Nachmani conclude affermando che il compito di verificare le piaghe della tzara’àt era stato assegnato ai Kohanìm in modo che potessero rendersi conto di chi aveva sparlato del prossimo e che quindi aveva un difetto, in modo che evitassero di entrare in vincoli matrimoniali con quelle persone. Così si capisce anche la risposta dell’Eterno a Moshè. Non entrando in vicoli matrimoniali con persone litigiose e difettose, il Kohèn non avrebbe rischiato di danneggiare il proprio lignaggio e di squalificare i propri discendenti che non avrebbero potuto più beneficiare dei ventiquattro doni riservati ai Kohanìm.

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