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Verso il marchio kosher per valorizzare export Made in Italy

in: Blog/News | Pubblicato da: Giacomo Kahn

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Se ne è discusso in un convegno organizzato dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas

Attualmente in Italia il kosher è poco conosciuto al di fuori della cultura ebraica, ma abbraccia importanti prodotti tipici della filiera nazionale e aziende di grandi, medie e piccole dimensioni dell’agroalimentare.

I cibi kosher rappresentano, ad esempio, solo il 4 per cento dell’interscambio Italia-Israele. Bisogna trovare un punto d’incontro per dare impulso a una certificazione che, pur avendo tuttora un bacino d’utenza limitato, é in grado di aumentare i consumi italiani e dare una spinta all’export.

Basta considerare che gli Stati Uniti, dove i cibi kosher hanno un giro d’affari annuo di oltre 150 miliardi di dollari e ogni anno 2500 nuovi prodotti acquisiscono tale marchio, rappresentano un mercato di grandissime dimensioni. Molte sono, infatti, le catene di supermercati che richiedono ai fornitori questa particolare certificazione.  Negli Stati Uniti esistono così diverse organizzazioni ortodosse che pongono il proprio marchio sui prodotti destinati alla grande distribuzione, ma il più conosciuto è il simbolo UO – Union Ortodox.

Di questo e della possibilità di allargare anche al mercato italiano i prodotti alimentari certificati come kosher se né discusso ad un convegno – organizzato dall’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas – dal titolo: “Il marchio Kosher. Opportunità e sfida culturale”. Vi hanno partecipato: Renzo Gattegna presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, rav Riccardo Di Segni rabbino capo di Roma, il ministro delle politiche agricole Mario Catania.

“Fa parte ella religione ebraica attenersi ad alcune tradizioni tra cui quella legata all’alimentazione, ovvero consumare prodotti ‘conformi’”. A spiegarlo è il capo rabbino Riccardo Di Segni. “L’intera produzione della carne commestibile deve passare attraverso una macellazione controllata . E i prodotti della carne non possono mai essere mescolati con quelli lattiero-caseari”. Per quanto riguarda il vino, deve essere manipolato in tutta la sua fase produttiva, da ebrei osservanti. Per questo “correre dietro all’industria kosher diventa complicato”, spiega rav Di Segni.

“Se e’ interesse del governo italiano promuovere con un intervento statale la certificazione kosher – che rappresenta una spesa aggiuntiva – per facilitare le esportazioni, noi siamo pronti a collaborare”, spiega Di Segni. “L’Unione delle comunita’ ebraiche d’Italia sta cercando di centralizzare l’organizzazione per renderla piu’ autorevole a livello nazionale attraverso un marchio kosher”. Quindi “sara’ opportuno che ci siano provvedimenti legislativi in merito”, prosegue il rabbino capo.

“La comunità ebraica può rappresentare un apripista per aprire il ‘progresso’ della conoscenza di modalita’ alimentari”, spiega il presidente Copagri Franco Verrascina che aggiunge che “i consumatori maggiori di cibo kosher non sono gli ebrei ma quei consumatori in cerca di alimenti salubri”. Per cui, conclude, “le aziende sono interessate”.

“La Coldiretti punta sul mettere al centro il cibo. Le comunita’ ebraiche lo fanno da sempre”, spiega il responsabile sicurezza alimentare Coldiretti Rolando Manfredini. “L’Unione europea ha messo a puntola tracciabilita’ forse 3000 anni fa di quanto lo ha fatto la comunita’ ebraica”. “Noi siamo pronti”.

“Quello che era relativamente semplice in una societa’ antica, diventa molto difficile in una societa’ moderna”, spiega il ministro delle Politiche agricole Mario Catania. “Capisco come sia importante poter usufruire di cibo corrispondente alle esigenze religiose”, spiega il ministro.  “Il soggetto pubblico ha un senso se scende in campo direttamente nella formazione delle regole facendosi carica della garanzia della certificazione. Subentrando o sovrapponendosi alla certificazione esistente”, spiega Catania. “Oppure immaginando un intervento di sostegno economico nell’ottica in cui la produzione kosher italiana viene assunta come un valore economico con potenzialita’ in termini di export”. E quindi una valorizzazione del prodotto made in Italy. Per questo, conclude il ministro, “cominceremo a ragionarci su attraverso un lavoro di approfondimento che faremo molto volentieri”.

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