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Il commento alla parashà, Vezòt Haberakhà e Simchàt Torà

in: Blog/News | Pubblicato da: Donato Grosser

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L’ultima parashà (brano) della Torà è Vezòt Haberakhà che significa “Questa è la benedizione” e comprende le benedizioni che Mosè diede alle dodici tribù prima di morire.

Dal momento che questa parashà conclude il ciclo annuale della lettura della Torà, la lettura di quest’ultimo e conclusivo brano della Torà viene fatta con una celebrazione che viene chiamata “Simchàt Torà”, la festa della Torà, nell’ultimo giorno della ricorrenza di Sheminì ‘Atzèret che ha luogo dopo i sette giorni della festa di Sukkòt (la festa delle capanne).

A differenza di tutte le altre parashòt della Torà, Vezòt Haberakhà non viene quindi letta di Sabato.

Nel giorno di Simchàt Torà vi sono vari minhaghìm (usanze). R. Yosef Caro (1488-1575) nel suo Shulchàn ‘Arùkh (Orach Chayim, cap. 669) scrive che “quando si festeggiano due giorni festivi [come nella Diaspora], nel nono giorno [cioè di Simchat Torà che è il secondo giorno dopo i sette della festa di Sukkòt] si portano nella sinagoga tre rotoli della Torà: nel primo si legge la parashà di Vezòt Haberakhà fino alla fine della Torà; nel secondo si inizia a leggere la parashà di Bereshìt [Genesi, che è la prima parashà della Torà] e nel terzo si legge il Maftìr [la lettura aggiuntiva che tratta della festa del giorno].

Il R. Moshè Isserles (1525?-1572), nelle sue glosse allo Shulchàn ‘Arùkh, aggiunge che il giorno viene chiamato Simchàt Torà, la festa della Torà, perché si è felici e si fa un pranzo per celebrare la conclusione della lettura della Torà. Egli aggiunge che in Polonia “si usano portare nella sinagoga tutti i rotoli della Torà sia di sera sia di mattina e cantando si gira attorno al palco dove si legge la Torà. Poi tutti gli uomini vengono chiamati a leggere la Torà”.

Un altro uso è quello di scegliere un notabile per la lettura del brano conclusivo della Torà (il Chatàn Torà) e un altro per la lettura del brano iniziale della Torà (ilChatàn Bereshìt). È interessante notare che a Mantova nel 1400, il Chatàn Bereshìt veniva chiamato a leggere il primo brano della Torà nel Sabato seguente quando si legge tutta la parashà di Bereshìt (Genesi). Mentre di regola la prima chiamata a leggere la Torà viene data a un Cohen (di famiglia sacerdotale, discendente di Aronne) e la seconda a un Levita (discendente della tribù di Levi) e le seguenti chiamate a Israeliti, a Mantova, la prima chiamata del Sabato di Bereshìt veniva messa all’asta e poteva essere assegnata a chiunque. R. Yosèf Colon, detto il Mahariq (1420-1480) in uno dei suoi responsi (Teshuvòt Mahariq, 9) afferma che a Mantova era del tutto legittimo assegnare la prima lettura a un israelita e non a un Cohen, perché era un’usanza antica, istituita allo scopo di onorare la Torà e che veniva praticata solo una volta all’anno.

I cinque libri della Torà si concludono con le parole: “E non è più sorto in Israele un profeta simile a Mosè, con il quale l’Eterno trattava faccia a faccia, in tutti i segni e prodigi che l’Eterno lo mandò a fare nel paese d’Egitto davanti a Faraone, davanti a tutti i suoi servi e in tutto il suo paese, in tutta quella grande potenza [Yad ha-chazaqà] e in tutte le cose grandi e tremende che Mosè compì davanti agli occhi di tutto Israele”. I Maestri insegnano che “davanti agli occhi di tutto Israele” si riferisce al fatto che Mosè, quando scese dal Monte Sinai e vide che parte del popolo adorava il vitello d’oro senza che la maggioranza reagisse, gettò, rompendole, le tavole della legge. In questo modo creò un tale choc che fece pentire il popolo per la loro colpa. Cosi la Torà insegna nella sua conclusione la grande importanza della Teshuvà(pentimento).

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