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Yom Kippur – Derasha Minchà del Maskil Gabriele Di Segni

in: Blog/News | Pubblicato da: Redazione

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Jonà e la jonà – Kippur 5778

 

L’haftarà di minchà di Kippur è il libro di Jonà. Non c’è neanche bisogno di aprirlo per incontrare la prima particolarità: il nome del profetaיונה significa anche “colomba”. C’è qualche rapporto o relazione tra la storia di Jonà e la Jonà? Proviamo a capirlo alla luce di qualche fonte.

Nel Salmo 55:7-9, il re David esclama “Magari avessi le ali come una colomba (אבר כיונה), me ne volerei via e starei tranquillo, ecco andrei molto lontano, pernotterei nel deserto. Séla. Mi troverei presto un luogo di rifugio dal vento impetuoso e dalla tempesta”. Qui il verso parla di “volare via” e Jonà, incaricato dal S. di redarguire la città di Ninive, scappa via imbarcandosi su una nave diretta ai confini del mondo.

La fuga di Jonà via mare viene però “burrascamente” interrotta da una tempesta inviata dal S.; ed è forse per tenersi lontano dai pericoli del mare che nel Salmo il desiderio è di fuggire ben lontano dall’acqua (nel deserto) prefiggendosi di ripararsi subito dalle intemperie.

Fin qua il parallelo sembrerebbe calzare, ma è troppo facile… ed infatti le due situazioni sono ben diverse: il re David vuole solo sottrarsi ai nemici ed alla violenza dei malvagi, non pensa nemmeno lontanamente a schivare un incarico Divino.

La questione è quindi più articolata e abbiamo bisogno di guardare al volo qualche altra fonte.

Nel Cantico dei Cantici si parla più volte (1:15, 4:1, 5:11-12) di “occhi come colombi”. Qui la colomba è l’animale simbolo della fedeltà assoluta nel rapporto di coppia e la coppia di innamorati nel Cantico sono il S. ed il popolo d’Israele.

Nel TB Shabbat in due brani paralleli (49a e 130a) è raccontato che quando i romani proibirono di indossare i tefillin della testa, pena la perforazione del cranio, Elishà – un Maestro del tempo – andò comunque al mercato con indosso i tefillin. Un funzionario romano lo vide, Elishà corse via ma quello gli corse dietro. Elishà si tolse i tefillin e li tenne in mano. Il funzionario lo raggiunse e gli chiese cosa stringesse. Elishà rispose “ali di colomba”, quindi aprì la mano e miracolosamente al suo interno vi erano proprio “ali di colomba” (כנפי יונה).

Nel TB Berakhot (53b) è raccontato che Rabba Bar Bar Channa era in viaggio con una carovana. Mangiò in un luogo e solo dopo (che si erano rimessi in cammino) il Maestro si ricordò di non aver detto la benedizione dopo il pasto. Volendo tornare indietro per dirla nel luogo in cui aveva mangiato, disse agli altri di aspettarlo perché aveva scordato una colomba dorata, così da non suscitare obiezioni. Tornò indietro, recitò la benedizione e trovò una colomba dorata.

Il Talmud continua spiegando che si cita proprio la colomba perché la congrega di Israele è paragonata ad una colomba nel verso (Salmo 68:14) “… [tu sarai come] ali di colomba ricoperte d’argento e penne ricoperte d’oro brillante” aggiungendo che come le ali proteggono la colomba (e.g. dal freddo e dai nemici), così Israele viene salvato/protetto per merito delle mitzwot.

Abbiamo ricavato degli elementi interessanti ma abbiamo sorvolato sulla fonte più semplice e ovvia, quella in cui una colomba ha un ruolo importante… Cosa succede finito il diluvio?

Noè manda fuori dall’arca prima un corvo עורב (che però non si allontana) e successivamente una colomba. Per tre volte (separate da intervalli di sette giorni) la colomba viene mandata per vedere se le acque si fossero ritirate: la prima volta la colomba, non trovando riposo per le sue zampe (לא מצאה מנוח לכף רגלה) torna all’arca, Noè stende la mano e la riporta dentro. La seconda volta la colomba ritorna sul far della sera con in bocca un fogliame d’ulivo e da questo Noè capisce che le acque si sono ritirate; la manda per una terza volta ma la colomba non torna più.

Perché la prima volta è Noè a riportarla dentro? Forse perché non avendo trovato riposo è stremata ed ha bisogno di essere aiutata o forse perché non avendo portato a termine con successo la sua missione non pensa di meritarsi il rientro. In entrambi i casi possiamo leggere il gesto come un atto di misericordia: Noè riaccoglie e riprende con sé la colomba.

Se confrontiamo la vicenda di Noè e quella del profeta Jonà, troviamo alcuni elementi in comune:

  • La punizione per i malvagi: effettiva per la generazione del diluvio, temporaneamente sospesa invece per gli abitanti di Ninive che si pentono delle loro azioni.
  • Un periodo di 40 giorni che ricorre.
  • Persone che cercano scampo su un’imbarcazione in mezzo ai flutti: l’arca / la nave con i marinai su cui si imbarca Jonà.
  • Una “missione” affidata ripetutamente: la colomba mandata più volte da Noè / il S. che incarica due volte Jonà di andare a Ninive perché il profeta non vuole proprio andarci.

Dalla fonte del Cantico dei Cantici, abbiamo visto che la colomba è simbolo di fedeltà. Analogamente, la fedeltà di Jonà nel S. non è messa in dubbio. Il profeta risponde esplicitamente ai marinai della nave (1:9) di essere ebreo e di temere “il S., D. del cielo, che ha creato il mare e la terraferma”. Jonà non sta scappando dal S., ma dalla missione: l’espressione è לברוח מלפני, “scappare da dinanzi a” e non semplicemente “scappare da”.

Perché Jonà non vuole andare a Ninive? Lo dice esplicitamente nel testo (4:2), perché non vuole che il S. nella Sua misericordia salvi la città, nonostante che gli abitanti abbiano fatto teshuvà (forse perché pensa che non sia sincera?). Ma il S. salva la città e con un ricino (4:5-11) dà una lezione sulla “misericordia” a Jonà.

Perché Noè manda proprio la colomba ad esplorare? Il Malbim spiega che si trattava di una colomba addomesticata, della specie solitamente usata per mandare le lettere – un “colombo viaggiatore” – selezionata per la sua velocità e resistenza ai lunghi viaggi.

E soprattutto addestrata a trovare la via di casa, a ritornare indietro.

Ed ecco il paradosso: Jonà – la colomba – è il simbolo del fare ritorno ossia della teshuvà, ma Jonà – il profeta – contesta la teshuvà.

Ma dovunque passa il profeta, suo malgrado, compare la teshuvà: i marinai della nave su cui si era imbarcato iniziano a invocare anche loro il S. e poi tutti i cittadini di Ninive fanno teshuvà appena sentono le (poche ed essenziali) parole di Jonà. Una specie di “nomen omen”.

Per concludere: dalle fonti talmudiche abbiamo visto che il popolo di Israele è paragonato ad una colomba ed abbiamo appena visto che la colomba rappresenta la teshuvà. C’è quindi un filo diretto tra il popolo d’Israele e la teshuvà. La possibilità di tornare indietro e ricominciare migliorandosi è quindi qualcosa di connaturato in noi. E quale migliore momento per usufruire di questa opportunità che Kippur? Chatimà Tovà a tutti.

Gabriele Di Segni

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