Shabbat Parashat Nasso. Accensione candele: 8:23pm. Havdalah: 9:32pm

Storia

Gli ebrei nella Roma antica

I primi rapporti fra Roma e l'ebraismo risalgono al 161 a.e.c, quando, secondo il Libro dei Maccabei (1,8), si presentarono al Senato Eupolemo figlio di Giovanni e Giasone figlio di Eleazaro: inviati alla ricerca di un'alleanza da Giuda Maccabeo, il condottiero a capo di una rivolta nazionalistica contro la dominazione del sovrano ellenistico Antioco Epifane sulla Terra d'Israele. Una tradizione vuole che i due ambasciatori fossero ospitati da ebrei che già vivevano in città: mercanti, e schiavi liberati. 

La presenza ebraica a Roma si accrebbe con l'arrivo dei prigionieri della campagna di Pompeo in Giudea (63-31 a.e.c.), e soprattutto con la vittoria di Vespasiano e Tito (70 a.e.c.) che tolse l'indipendenza residua e distrusse il centro della vita religiosa, il Tempio di Gerusalemme. Come ricordano lo storico ebreo Giuseppe Flavio e i rilievi dell'Arco di Tito, i Romani portarono dalla Judaea Capta schiavi, e i tesori del Tempio distrutto fra cui la menorà, il candelabro d'oro a sette bracci. Vespasiano impose il fiscus judaicus, una tassa di mezzo siclo che ogni ebreo versava all'erario, in sostituzione della decima non più dovuta al Tempio ormai distrutto. 

In età imperiale la comunità ebraica di Roma divenne importantissima. Gli ebrei erano raggruppati in comunità, con cariche sociali e istituzionali, insegnanti e rabbini. Vi erano artigiani e mercanti, ma anche uomini di cultura, come Mattia ben Kheresh che nel II secolo fu a capo di una famosa yeshivà o accademia rabbinica. Sono ricordate almeno dodici sinagoghe. 

Ovidio, Tibullo, Tacito e Giovenale descrivono, senza ben comprenderli, alcuni degli usi ebraici come il sabato, mentre Svetonio ricorda che gli ebrei di Roma parteciparono in massa ai funerali di Giulio Cesare, che li aveva protetti. Gli ebrei furono generalmente accettati come gli altri gruppi religiosi, purché non creassero confusione e problemi: così nel 49 Claudio ordinò l'espulsione di alcuni di loro in seguito a tumulti scoppiati impulsore Chresto, cioè forse "originati da Cristo", in un'epoca nella quale gli ebrei erano ancora poco distinguibili dai primi cristiani. Nel 132 l'Imperatore Adriano soffocò gli ultimi tentativi di resistenza giudaica di Terra d'Israele, e vietò agli ebrei la circoncisione e lo studio dei testi sacri: diritti poi ripristinati dai suoi successori. 


Da Judaei a Giudei: gli ebrei di Roma nel Medioevo

Con l'Imperatore Costantino, nel 312, iniziò la cristianizzazione dell'Impero Romano, che in occidente giunse alla fine nel 476. Il potere, a Roma, passò gradualmente nelle mani del vescovo locale, il Papa: il governo papale sarebbe durato in città fino al 1870.

Gli ebrei romani iniziarono ad essere discriminati. A volte, però, trovarono illustri difensori, come Papa Gregorio I Magno (590-604), che nella bolla Sicut Judaeis, affermò che essi non dovevano essere disturbati, perché li si doveva convertire con la persuasione e non con la forza. Di probabili origini ebraiche furono i Pierleoni, che costruirono il loro palazzo (oggi Palazzo Orsini-Savelli) sopra il Teatro di Marcello, in posizione strategica per controllare l'elezione del papa: e nel 1130 un Pierleoni, Anacleto II, divenne papa, o meglio antipapa.

Verso il 1165 Beniamino da Tudela, un ebreo spagnolo, descrisse così la Comunità ebraica di Roma:

Vi abitano circa duecento ebrei, che vengono trattati con rispetto e che non pagano alcun tributo; alcuni di loro servono il Papa Alessandro, capo di tutta la cristianità. Tra i dotti più insigni vi sono rabbi Daniel, rabbino capo, e rabbi lekhiel, servitore del papa, giovane di bella presenza, intelligente e colto. Egli è ammesso alla residenza pontificia, di cui è l'intendente; è il nipote di rabbi Natan, l'autore del Sefer Aruk e dei suoi Commenti. Vanno poi ricordati Ioav ben Shelomò, rabbi Menachem, che presiede l'accademia rabbinica, rabbi Biniamin, figlio di rabbi Shabetai di benedetta memoria.

Durante il Medioevo la presenza ebraica a Roma si andò concentrando anche sulla riva opposta del Tevere, davanti all'Isola Tiberina: il ponte Quattro Capi, che la collegava alla terraferma, si chiamò anche "Pons Judeorum" o "Ponte degli Ebrei".

Agli ebrei vennero interdetti molti mestieri, con l'eccezione del prestito a interesse, vietato ai cristiani. Nel 1215 il IV Concilio Lateranense stabilì per gli ebrei il divieto di ricoprire cariche pubbliche e l'obbligo di portare un segno di discriminazione.  La morte di Innocenzo III sospese questa regola fino al 1257, quando gli uomini ebrei dovettero cucire sui loro abiti un tondo di stoffa gialla, e le donne due strisce azzurre sullo scialle. Nel 1239 il Talmud, uno dei testi più sacri dell'ebraismo, fu giudicato offensivo nei confronti del cristianesimo, e tutte le copie vennero confiscate. Nel 1280 il famoso cabalista Avraham ben Shemuel Abulafia giunse a Roma per perorare la causa degli ebrei, ma fu condannato a morte e si salvò solo per la morte del papa. Il Senato romano, però, nel 1310 proibì di minacciare gli ebrei, mentre la Chiesa faceva propri diversi elementi dell'ebraismo: si ispirò, ad esempio, al giubileo prescritto nella Bibbia organizzando nel 1300 il primo Anno Giubilare cristiano.

Nel Trecento i papi si trasferirono ad Avignone, e la città declinò. Anche molti ebrei, soprattutto prestatori di denaro, lasciarono Roma per vari centri dell'Italia del nord, ma la loro posizione veniva continuamente minacciata dagli ordini dei frati mendicanti, Domenicani e Francescani, che viaggiavano per la penisola predicando contro la presenza ebraica. 

Alla fine del Quattrocento la comunità ebraica di Roma si ingrandì con l'arrivo dei profughi dalla Spagna, dal Portogallo e dall'Italia meridionale. Questa fusione fu laboriosa, e venne regolata solo nel 1524 mediante i Capitoli di Daniel da Pisa, che ridisegnavano il governo della comunità così da includere romani e stranieri. Nel 1525, alla vigilia del sacco di Roma, gli ebrei romani erano 1772, circa un trentesimo della popolazione. 

Con Papa Paolo III Farnese, e con il Concilio di Trento (1546-1563) da lui aperto contro la Riforma, mutò il clima fino ad allora abbastanza tollerante. Il Santo Ufficio iniziò la sua attività a favore delle conversioni, e per i convertiti si costruirono case e conventi che la comunità ebraica fu obbligata a mantenere. Le copie del Talmud vennero confiscate e bruciate nel 1553 in un rogo a Campo de' Fiori. 


Il Ghetto di Roma

Nel medioevo e nel rinascimento le città erano divise in zone abitate in genere da gruppi uniformi per provenienza oppure per mestiere. Anche gli ebrei facevano in modo di vivere vicini fra loro, in strade o quartieri chiamati giudee o giudecche. La vicinanze era motivata da rapporti di parentela e di conoscenza, e dalla prossimità ai servizi comuni come, nel caso degli ebrei, la sinagoga, le macellerie kasher e il bagno rituale. Questi quartieri erano parte viva e integrata delle città. Nel Cinquecento, invece, i governanti decisero in molti luoghi di chiudere gli ebrei dentro a un ghetto, ossia un quartiere-prigione, un recinto chiuso da muri e cancelli, impedendo loro di fissare liberamente la loro residenza, e limitando la loro libertà con divieti di ogni sorta, come quello di fare determinati mestieri.  Questo fenomeno è collegato all'espansione dell'Islam, all'avanzare della Riforma protestante e alle contromisure prese dagli stati cattolici, con la Controriforma, in nome di una fede più rigorosa, che imponeva la separazione dagli eretici e da tutti coloro che vivevano nell'errore e nel peccato. 

Il 14 luglio 1555 papa Paolo IV Carafa promulgava la bolla Cum Nimis Absurdum. "Essendo davvero assurdo" che gli ebrei vivessero insieme ai cristiani, venivano elencate regole tali da separarli per secoli. Veniva dunque istituito, sulla riva del Tevere dove il fiume spesso straripava, un ghetto, una zona recintata con due cancelli, e al suo interno un solo edificio per la sinagoga. Tutti gli ebrei dovevano esservi radunati, anche quelli che vivevano nelle campagne intorno a Roma. Gli ebrei dovevano vendere le loro case, anche quelle all'interno del Ghetto, e pagare un affitto. Ne derivò una speculazione immobiliare da parte di istituti religiosi e famiglie nobili, poi appena mitigata dall'introduzione dello jus gazagà, una sorta di equo canone. Gli ebrei dovevano indossare un segno giallo per distinguersi, e non potevano avere servitori cristiani. I medici ebrei non potevano curare i cristiani, i commercianti potevano vendere solo oggetti usati, e ai prestatori di denaro venivano imposti vincoli per favorire i Monti di Pietà cristiani. 

I pontefici successivi modificarono queste disposizioni, in positivo come Sisto V o in negativo come Pio VI, ma comunque il ghetto durò dal 1555 al 1870, con brevi interruzioni per l'arrivo degli eserciti di Napoleone (1798-1799; 1808-1814) e durante la Repubblica Romana (1848-1850).

Dall'epoca del papato di Gregorio XIII (1577) gli ebrei venivano obbligati ad assistere, preferibilmente di sabato, alle prediche coatte. Durò fino all'Ottocento anche la triste pratica dei battesimi forzati. Il battesimo veniva a volte amministrato ai bambini anche contro la volontà dei genitori; dopo la conversione era impedito per sempre ogni contatto con la famiglia, e il ritorno alla fede ebraica veniva considerato eresia e punito con la morte.

Dal 1466 furono organizzate, durante il carnevale, gare di corsa riservate agli ebrei. Presto questi spettacoli divennero disonoranti, con gli ebrei costretti a correre nudi e bersagliati dal fango, e nel 1668 vennero aboliti. 






Fonte: I tesori del Museo Ebraico di Roma, Daniela di Castro, Araldo De Luca Editore